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Che cos’è il carico allostatico?

Quando il corpo si adatta… ma a caro prezzo!

Molti pazienti pensano che i loro sintomi dipendano da un’unica causa. Nella pratica clinica, invece, mi capita molto più spesso di osservare situazioni in cui diversi fattori – un dolore persistente, un sonno disturbato, cambiamenti ormonali, un periodo emotivamente impegnativo o altri problemi di salute – aumentano contemporaneamente il lavoro richiesto all’organismo.

Il concetto di carico allostatico aiuta a leggere questa complessità senza ridurre tutto allo “stress” e senza cercare una spiegazione univoca per ogni sintomo.

Allostasi: mantenere l’equilibrio attraverso il cambiamento

Per capire il carico allostatico bisogna partire da un altro termine: allostasi.

La parola deriva dal greco állos (“diverso”) e stásis (“stabilità”) e significa letteralmente “rimanere stabile essendo variabile”, non restando fermi.

Per decenni gli scienziati hanno descritto il corpo come un termostato, che mantiene rigidamente costanti i propri parametri interni (omeostasi). Questo modello spiega molto bene fenomeni come il controllo della temperatura corporea o del pH del sangue, ma da solo non basta a comprendere perché persone sottoposte a stress prolungati possano avere conseguenze molto diverse sulla loro salute.

Per questo, alla fine degli anni ‘80, i neuroscienziati Peter Sterling e Joseph Eyer introdussero il concetto di allostasi: la salute dipende anche dalla capacità dell’organismo di modificare quando necessario i suoi parametri interni per adattarsi alle richieste dell’ambiente.

OmeostasiAllostasi
Mantiene l’equilibrio grazie alla costanza di alcuni valori fondamentali (temperatura corporea, pH, ecc.).Mantiene l’equilibrio attraverso una variazione flessibile e temporanea di alcuni parametri (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, ormoni, metabolismo…) per rispondere alle richieste dell’ambiente.
L’obiettivo è mantenere la stabilità interna.L’obiettivo è mantenere la capacità di adattamento.

In altre parole, il nostro organismo non cerca semplicemente di “rimanere uguale”: cerca continuamente di adattarsi.

Se fa caldo, sudiamo. Quando corriamo, aumentano frequenza cardiaca e respiratoria. Se affrontiamo un esame, un intervento chirurgico o un periodo particolarmente impegnativo, il cervello coordina numerosi sistemi fisiologici (come l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) per permetterci di affrontare quella situazione nel modo più efficace possibile.

Il prezzo dell’adattamento: il carico allostatico

L’allostasi è quindi un meccanismo fisiologico indispensabile alla sopravvivenza, ma ogni adattamento ha un costo.

Quando i sistemi che ci permettono di adattarci rimangono attivati troppo a lungo, vengono sollecitati troppo spesso oppure non riescono a “spegnersi” una volta terminata la richiesta, il nostro organismo accumula una sorta di usura biologica, che prende il nome di carico allostatico.

Il termine fu introdotto nel 1993 dai ricercatori Bruce McEwen ed Eliot Stellar per descrivere proprio il “prezzo dell’adattamento”: il modo in cui uno stress prolungato può, nel tempo, contribuire allo sviluppo di diverse condizioni patologiche.

Il carico allostatico non è né una malattia né una diagnosi. È un modello che descrive quanto lavoro il nostro organismo sta sostenendo per mantenere l’equilibrio.

Un esempio pratico

Immaginiamo una scadenza lavorativa particolarmente importante.
Per qualche giorno il cervello mette in moto numerosi sistemi di adattamento: aumenta lo stato di vigilanza, modifica la produzione di alcuni ormoni, cambia il metabolismo e prepara il corpo ad affrontare una richiesta superiore al normale.
Questo è un esempio di allostasi.
Terminata la scadenza, ci si riposa, si recupera e l’organismo ritorna gradualmente alle sue condizioni abituali.

Ma se quella situazione di “emergenza” si prolunga per mesi, magari associandosi a sonno insufficiente, alimentazione irregolare e assenza di recupero, quei meccanismi che inizialmente erano protettivi possono trasformarsi, nel tempo, in un fattore di usura.
Questo è il carico allostatico.

Hai presente il tuo smartphone? Quando apre contemporaneamente applicazioni pesanti, attiva il GPS, aumenta la luminosità dello schermo e utilizza la connessione dati, continua a funzionare normalmente: si sta adattando alle richieste.

Se però viene utilizzato in questo modo tutto il giorno, tutti i giorni, la batteria si scaricherà più rapidamente, il dispositivo tenderà a surriscaldarsi e, con il tempo, la sua autonomia diminuirà.

Il problema non è l’utilizzo intenso occasionale. È non concedere mai al sistema il tempo necessario per recuperare.

Un’immagine per capire il carico allostatico: il vaso che trabocca

Un modo semplice per visualizzare il concetto di carico allostatico è immaginare un vaso; ogni volta che il nostro organismo deve adattarsi a una richiesta, nel vaso entra un po’ d’acqua:

  • un infortunio;
  • una malattia acuta o cronica;
  • un’infiammazione;
  • un sonno insufficiente o di scarsa qualità;
  • turni di lavoro logoranti;
  • intensa attività fisica senza adeguato recupero;
  • cambiamenti ormonali, come gravidanza o menopausa;
  • difficoltà digestive;
  • preoccupazioni prolungate;
  • eventi di vita particolarmente impegnativi.

Questi fattori non si sommano semplicemente: possono influenzarsi reciprocamente, aumentando il lavoro richiesto ai sistemi di adattamento dell’organismo.

È importante però sottolineare un aspetto: non è l’evento in sé a riempire il vaso, ma il lavoro che il corpo deve fare per adattarsi a quell’evento. Per questo motivo uno stesso fattore può avere effetti molto diversi da una persona all’altra, o persino nella stessa persona in momenti diversi della vita.

Prendiamo l’attività fisica come esempio: una corsa può rappresentare un carico perché aumenta il lavoro richiesto al cuore, ai muscoli e al metabolismo. Se però è adeguata alle proprie capacità e seguita da un recupero sufficiente, quell’adattamento renderà l’organismo più efficiente e resiliente.

Lo stesso vale per il lavoro, per le relazioni, per lo studio o per molti altri aspetti della vita: non sono automaticamente un “peso”. Lo diventano quando le richieste superano, o si protraggono oltre, la capacità di adattamento del nostro organismo.

Il bordo del vaso

Il bordo del vaso rappresenta la soglia oltre la quale l’organismo non riesce più a compensare adeguatamente. Quando il vaso trabocca, possono comparire sintomi come dolore, stanchezza, insonnia, disturbi funzionali o difficoltà di concentrazione.

Attenzione: non sto parlando di malattie, ma di sintomi.

Naturalmente ogni sintomo richiede prima di tutto una corretta valutazione medica per escludere eventuali patologie. Tuttavia, una volta escluse le cause che richiedono una diagnosi specifica, il modello del carico allostatico può aiutare a comprendere perché sintomi molto diversi tendano a comparire proprio in alcuni periodi della vita.

Il rubinetto: il recupero

Nella nostra immagine mentale il vaso ha anche un rubinetto, che permette all’acqua che riempie il vaso di fuoriuscire e rappresenta tutto ciò che permette al nostro organismo di recuperare:

  • dormire bene;
  • trattare un dolore persistente;
  • fare attività fisica adeguata;
  • alimentarsi in modo equilibrato;
  • prendersi delle pause;
  • ricevere supporto dalle persone che ci circondano.

Il recupero non è un momento “vuoto” in cui non succede nulla. Al contrario, è quando il corpo riduce il carico accumulato e ripristina la propria capacità di adattamento.

Non tutti i vasi sono uguali!

Non abbiamo tutti un vaso della stessa dimensione: due persone possono essere esposte esattamente agli stessi fattori di carico e avere risposte completamente diverse.

Perché?

Entrano in gioco molti elementi: la genetica, l’età, eventuali malattie pregresse o presenti, il livello di allenamento, la qualità del sonno, la capacità di recupero, le esperienze vissute e molti altri fattori.

In altre parole, cambia la riserva adattativa dell’organismo.

Per questo motivo confrontarsi con gli altri (“Io e il mio collega viviamo la stessa situazione, ma lui sta benissimo!”) raramente è utile: non stiamo osservando lo stesso vaso!

Sono le tutte gocce che insieme fanno traboccare il vaso

Questa immagine ci insegna anche un’altra cosa importante: molto spesso non esiste un unico fattore responsabile dei sintomi, quanto piuttosto tante piccole “gocce” che, sommate, fanno progressivamente salire il livello dell’acqua nel vaso.

Per questo motivo non è sempre necessario eliminare tutti i fattori di sovraccarico; a volte è sufficiente ridurne anche solo uno o due perché il livello torni sotto la soglia dei sintomi e il benessere aumenti.

È uno dei motivi per cui interventi apparentemente molto diversi — migliorare il sonno, trattare un dolore, modificare alcune abitudini, affrontare un problema digestivo o attraversare una fase meno impegnativa della vita — possono produrre benefici simili.

In conclusione

Il concetto di carico allostatico non sostituisce la diagnosi e non spiega ogni sintomo. Ci ricorda però che il nostro organismo non è la somma di organi indipendenti, ma un sistema che si adatta continuamente alle richieste della vita.

Forse il messaggio più importante è questo: quando compare un sintomo non sempre dobbiamo cercare quale sia stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Più spesso vale la pena domandarsi che cosa stava già riempiendo quel vaso e quali piccoli cambiamenti possano aiutare il nostro organismo a ritrovare un margine di adattamento.

È questo il cambio di prospettiva che rende questo modello così utile nella pratica clinica.

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